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kacciukkino

  

27 settembre 2005
l'angolo di kacciuk - Georges Simenon



indipendentemente dalle recensioni Gielliane, Geoges Simenon, come scrittore dei romanzi del commissario Jules Maigret, mi piace moltissimo.

I personaggi della letteratura giallo-poliziesca che non mi stanco mai di leggere sono

- Nero Wolfe
- Jules Maigret

Come personaggio preferisco il primo perchè in fondo è più allegro e grazie ad Archie Goodwin si esplorano anche le dimensioni legate al pianeta donna da punti antitetici al Wolfe misogino. Non si parli poi delle ricette culianri, degli assaggi, del rito religioso della serra di orchidee.

Di Simenon non o mai letto romanzi non gialli. Le numerosissime storie del commissario Maigret  che ho letto  però hanno per me una rara capacità evocativa e sono sempre piccoli ( talvolta anche medi o grandi ) capolavori , incentrati sulla sottile arte dell'indagine dell'entità misteriosa nota come essere umano.




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9 settembre 2005
philip k.dick
terminato 'labirinto di morte' di philip k. dick verrebbe effettivamente da dire che assumeva roba bona (del resto egli stesso nella prefazione avvisa che alcune descrizioni inserite nel romanzo riportano le sue sensazioni provate a seguuito dell'LSD). in ogni caso , se ci si lascia avviluppare dalle spirali di realtà parallele ed impiauntifantateologigi alla fine dick ri-deposita il lettore sul pianeta terra avendogli fatto sperimentare alcune prospettive comunque ( strano ma vero ) coerenti.


Biografia

Nato a Chicago in una famiglia con legami burrascosi - la madre, da lui descritta come una nevrotica, divorzia dal padre pochi anni dopo - Philip Dick vive un'infanzia e un'adolescenza solitaria e tormentata; la sorella gemella era infatti morta poche settimane dopo la nascita, ma Dick vi rimase sempre legato (e si fece seppellire accanto a lei). Dopo il tasferimento in California, Dick frequenta la Berkeley University, ma non continua gli studi a causa della sua presa di posizione contro la guerra di Corea e la sua appartenenza a un movimento di estrema sinistra che lo porta ad avere problemi col clima del maccartismo di quegli anni. Diventa disc-jokey in una radio e lavora in un negozio di dischi, dove conosce la prima moglie Janet Marlin. L'incontro con la fantascienza avviene per caso nel 1949 quando al posto di una rivista di divulgazione scientifica acquista per sbaglio una rivista di fantascienza, e nel 1952 esordisce nel genere sulla rivista Planet Stories. Abbandonata la prima moglie, Dick si risposa con Kleo Apistolides, divorziata e con tre figlie. Per mantenere la famiglia e il tenore di vita della moglie, Dick abbandona la scrittura poco renumerativa per altri lavori, ma questo gli crea uno stato di forte risentimento verso la moglie, da lui accusata di averlo costretto ad abbandonare la sua principale passione. La coppia divorzia e Dick si risposa con Anne Rubenstein. Il matrimonio dura poco, Dick si fa prendere da una mania a tema convinto che la donna abbia assassinato il precedente marito e stia per fare lo stesso con lui. Il divorzio si consuma nel 1964, dopodiché Dick si trasferisce a San Francisco. L'uso di droghe lo porta ad uno stato di dipendenza dall'anfetamina, che non gli impedisce di scrivere alcuni dei suoi capolavori più contorti (Ma gli androidi sognano pecore elettriche? ed Ubik). A questi successi fa seguito un periodo di depressione: la quarta moglie, Nancy Hackett, lo abbandona assieme alla figlia e Dick interrompe anche il suo rapporto d'amicizia con K.W. Jeter, collega scrittore, sospettato da Dick di essere un agente governativo incaricato di controllarlo. Riprende la scrittura nel 1972, anche in seguito all'incontro con Kathy DeMuelle, e all'abbandono graduale della tossicodipendenza dopo aver frequentato un centro apposito. Tra il febbraio e il marzo 1974 Dick, sempre ritenutosi ateo, si convince di sentire voci e avere visioni in sogno e da sveglio. Convinto di stare provando un'esperienza mistica, Dick scrive la celebre trilogia di VALIS, profondamente pregna di una visione religiosa dell'esistenza (da molti l'opera è considerato il punto d'arrivo della sua inarrestabile follia). Non è un caso che la sua ultima opera, An Exegesis, sia un diario di in cui Dick cerca per otto anni, fino alla morte, di spiegarsi quanto gli è accaduto negli anni precedenti. Muore ad Orange County, in California, per collasso cardiaco, nel 1982, ignorato e dimenticato, girovago senza meta per l'America










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29 giugno 2005
'manifesto contro la democrazia'

Democrazia: il grande imbroglio
Tratto da libro «Sudditi» di Massimo Fini, ed. Marsilio

Che cos’è, realmente, la democrazia? Quando si cerca di definirla iniziano i guai. John Holmes, uno storico e teorico americano del liberalismo, ha scritto che i critici di destra della democrazia «si autodefiniscono negativamente» in opposizione al liberalismo e alla democrazia. C’è del vero. Ma si potrebbe dire, altrettanto legittimamente, che la democrazia si «autodefinisce negativamente» in opposizione alle dittature. Perché quando si cerca di darle un contenuto positivo, preciso e definito, si entra in un ginepraio.
Anche se restringiamo il campo alla democrazia liberale, che è quella che qui ci interessa perché è la forma che si è affermata in Occidente, e scartando quindi la democrazia diretta, quella socialista, quella corporativa, quella popolare, ci si trova di fronte a un animale proteiforme, mutante e sfuggente, di cui pare di essere sempre sul punto di cogliere l’essenza che tuttavia ci sfugge.
(…)
Cerchiamo da profani, di capirci almeno qualcosa. Democrazia significa, etimologicamente, «governo del popolo». Scordiamoci che il popolo abbia mai governato alcunché, almeno da quando esiste la democrazia liberale. Se c’è qualcosa che fa sorgere nell’anima di un liberale un puro sentimento di orrore è il governo del popolo. Quindi non è tanto paradossale scoprire che se il popolo ha governato qualcosa è stato in epoche preindustriali, preliberai, predemocratiche. Non è necessario andare a scovare, come da Alain de Benoist, remote realtà islandesi come l’Althing, una forma di autogoverno comparsa intorno all’anno Mille, dove «il thing, o parlamento locale, designa nel contempo un luogo e un’assemblea in cui gli uomini liberi detentori di diritti politici eguali, si riuniscono a date fisse per pronunciare la legge». Basta osservare la comunità di villaggio europea in epoche medievale e rinascimentale, prima che lo Stato nazionale si affermasse definitivamente assorbendo tutto il potere. L’assemblea del villaggio, formata da capifamiglia, in genere uomini ma anche donne se il marito era morto o assente, decideva assolutamente tutto ciò che riguardava il villaggio. A cominciare dall’essenziale: la ripartizione all’interno della comunità delle tasse reali e dei canoni che alimentano il bilancio comunale.  E poi veniva tutto il resto: nomina il sindaco, il maestro di scuola, il pastore comunale, i guardiani delle messi, i riscossori di taglia, votava le spese, contraeva debiti, intentava processi, decideva la vendita, scambio e locazione dei boschi comuni, della riparazione delle strade, dei ponti, della chiesa, del presbiterio e così via.

Ma quella era la vecchia, cara democrazia diretta, che non sapeva nemmeno d’esser tale, che non aveva nome né teorizzatori, e che in Francia fu definitivamente spazzata via pochissimi anni prima della Rivoluzione, nel 1787, quando, sotto pressione dell’avanzante borghesia e della sua smania normativa e prescrittivi, un decreto reale, col pretesto di uniformare e regolare un’attività che aveva sempre funzionato benissimo, limitò il diritto di voto agli abitanti che pagano almeno dieci franchi di imposta e, soprattutto, introdusse il principio – che doveva diventare l’ambiguo cardine del potere politico in Occidente – della rappresentanza ) l’assemblea non decide più direttamente ma elegge dai sei ai nove membri…). Lo Stato assoluto reclamava per sé i diritti che quegli zoticoni dei contadini, degli autentici screanzati, si erano permessi di praticare. E poiché lo Stato è troppo grande territorialmente e complesso giuridicamente perché il popolo possa dire direttamente la sua, nacque la democrazia rappresentativa dove il cittadino, formalmente detentore del potere, lo delega a un altro che diventa il suo rappresentante, mentre il rappresentato, retrocesso alla condizione di governato, partecipa al momento decisionale attraverso periodiche elezioni che divengono, di fatto, l’unico momento in cui egli esercita, o si dice che eserciti, quel potere che è suo. E’ quindi all’interno del regime rappresentativo che va posta l’inquietante domanda: qual è l’elemento cardine della democrazia?

Sarà, forse, il consenso? Niente affatto. Il consenso può esistere anche nelle dittature, come insegnano il nazismo e fascismo, spesso anzi è assai più ampio di quello che i governatori possono ottenere in un regime democratico. Sarà allora il fatto che in democrazia il consenso è spontaneo e nelle dittature coatto? Anche questo è dubbio. Nazismo e fascismo ebbero per un certo periodo un consenso sicuramente spontaneo e volontario. Caduta l’egemonia dell’antifascismo militante, che aveva velato pudicamente per alcuni decenni la vergognosa verità, oggi non c’è libro di storia che non parli degli «anni del consenso» al regime mussoliniano.
Sono quindi le elezioni? Ma anche in Unione Sovietica, persino in Bulgaria, com’è noto, si tenevano elezioni.
E’ il pluripartitismo? Max Weber nota – e siamo già negli anni Venti del Novecento – che «l’esistenza dei partiti non è contemplata, da nessuna Costituzione» democratica e liberale. Non possono quindi essere i partiti l’elemento caratterizzante della democrazia liberale che esisteva anche prima della loro istituzionalizzazione.
Sarà, come alcuni dicono, «il potere della legge»? Ma il potere della legge esiste anche negli Stati autoritari, anzi più uno Stato è autoritario più questo potere è forte e invalicabili. Si obbietterà che negli Stati autoritari la legge è arbitraria e discrimina fra cittadino e cittadino. E’ perciò, allora, «l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge» il clou della democrazia? Ma anche questo nei regimi comunisti i cittadini sono uguali, almeno formalmente, davanti alla legge.

E allora il principio della rappresentanza? Ma anche il monarca «rappresenta il popolo».
Sarà dunque, come dice Popper, che la democrazia è quella forma di governo caratterizzato da un insieme di regole che permettono di cambiare i governanti senza far uso della violenza. Neppure questo. E’ storico che nelle aristocrazie il governo può passare da una fazione a un’altra senza spargimento di sangue.
E si potrebbe andare avanti, per pagine e per decenni, ma non si troverebbe la regola-base della democrazia liberale. Scriveva Carl Becker: «democrazia è una parola che non ha referente, dal momento che non c’è nessuna precisa e palpabile cosa o oggetto al quale tutti pensano quando pronuncia questa parola».
La democrazia è innanzitutto e soprattutto un metodo. Come ha intuito per primo Hans Kelsen. La democrazia è costituita da una serie di procedure formali, avalutative, cioè prive di contenuto e di valori, per determinare la scelta dei governanti sulla base del meccanismo del prevalere della volontà della maggioranza. Essendo una pura forma priva di contenuti valoriali è fondamentale che almeno questa forma sia rispettata. Ma nemmeno questo, come vedremo, avviene.
Inoltre, le procedure, seguendo il criterio della maggioranza, possono mutare e mutano nel tempo, a tal punto da potersi trasformare, con mezzi democratici, in un sistema sostanzialmente autoritario. Ma poiché non esiste un’essenza della democrazia, non esiste neppure una vera linea di confine per cui si possa dire con sicurezza che si è passati da un sistema all’altro.
Un esempio è il fenomeno berlusconiano in Italia – Paese di cui ci serviremo spesso in questo pamphlet, non perché c’interessi particolarmente, dato che il nostro discorso è generale, ma perché esasperando le ipocrisie, le falsità, le menzogne della democrazia le smaschera – dove un solo individuo ha potuto impadronirsi, con mezzi democratici, o comunque senza che le procedure democratiche potessero impedirlo, di un potere enorme.
(…)




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28 aprile 2005
libri che ho letto - il commissario bordelli
ho letto in questi giorni il romanzo con la prima indagine del commissario Bordelli.

mi piace

perchè

ha il maggiolino VW

nell'indagine si beve e si mangia

siamo nelle firenze di 40 anni fa


- - - - - -

"Il Commissario Bordelli" di Marco Vichi - (Guanda, 2002) - 204 pag., Euro 13.50 - ISBN 88-8246-206-4

"C'è un nuovo sceriffo in città. Il commissario Bordelli, con la sua sanguigna umanità tutta italiana e tutta toscana, si inserisce oggi nella grande tradizione dei De Vincenzi e dei Duca Lamberti: poliziotti complessi e tormentati che raccontano un’Italia ingenua e cattiva che non sapeva di essere così noir"
sono le parole che Carlo Lucarelli ha voluto scrivere per presentare questo nuovo personaggio.

La prima indagine del commissario Bordelli si svolge nell'anno 1963 a Firenze. Nel caldo asfissiante dell'estate viene trovata morta un'anziana e ricca signora. Il commissario non crede in un evento naturale e decide di indagare a tutto campo tra i parenti e i conoscenti della donna. La spiccata umanità e il senso pratico che lo caratterizzano lo aiuteranno a risolvere il caso, e alla fine del romanzo sapremo molto anche della vita privata, del carattere, dei gusti e delle passioni di un commissario che abbiamo avuto il piacere di conoscere

Marco Vichi è nato nel 1957 a Firenze. Ha pubblicato racconti su riviste ed è autore di testi teatrali. Vive nel Chianti. Ha scritto "L'inquilino" e "Donne donne".




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17 gennaio 2005
doctor sex

RECENSIONE PER UN LIBRO CHE NON HO LETTO

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Nel 1939, mentre Hitler invade l`Europa, la vita tranquilla e regolare della "University of Indiana" viene sconvolta dalle ricerche condotte da un insegnante di biologia, che si mette in testa di indagare i comportamenti sessuali dell'"animale uomo". Nasce cosi`, tra la curiosita` degli studenti e lo scandalo dei benpensanti, il famoso "rapporto Kinsey", il documento che fotografo`, e nello stesso tempo cambio`, i costumi sessuali degli americani.

Questo stralcio di storia sociale costituisce lo spunto del nuovo romanzo di Coraghessan Boyle, che lo sostiene con il suo umorismo e la sua "pietas". A poco a poco i tabu` che hanno sempre condizionato la vita del campus vengono abbattuti e, con loro, molte delle barriere sociali e dei pregiudizi morali: una brillante testimonianza di come i costumi sessuali incidano sulla nostra quotidianita` e sulle relazioni pubbliche e private.


 

 

tutte le volte che vado in libreria mi metto a guardare la foto di copertina, ma poi non compro il libro




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27 dicembre 2004
Fred Vargas:

Tra una mangiatina natalizia e le lunghe riunioni con amici e parenti, in questi giorni mi sono imbattutto in un romanzo giallo ( se la classificazione ha un senso) piuttosto avvincente.


In sua compagnia passo dei bei momenti, allungato sul divano o rintanato dentro il pium8 mentre fuori piove ( certo, non è come stare con una donna, ma ci son momenti e momenti).


Me lo ha regalato un amico, forse sulla base di leggere intuizioni che identificano una particolare assonanza fra una persona e un libro ( o un disco, un film, un viaggio, un'esperienza,...) .


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 


 


 


 


 


 


dal sito EINAUDI:


Fred Vargas, archeologa e medievista, è nata nel 1957. Vive a Parigi, dove si è conquistata la fama di «signora del giallo» e i suoi libri sono ormai un caso letterario. Einaudi ha pubblicato Io sono il tenebroso («I coralli», 2000; «L'Arcipelago», 2003), in cui si ritrovano gli stessi stralunati protagonisti di Chi è morto alzi la mano («L'Arcipelago», 2002) e Parti in fretta e non tornare («L'Arcipelago», 2004).


 


Traduzione di
Maurizia Balmelli, Margherita Botto

Dopo avere scritto una saga incentrata su tre stralunati detective dilettanti, con questo romanzo la regina del giallo francese apre una nuova serie disegnando il ritratto di un indimenticabile poliziotto. Di cui sentiremo parlare a lungo


 


Da venticinque anni nella Polizia di Parigi, il commissario Adamsberg è un uomo lento. Riesce a riflettere solo camminando e i suoi pensieri sono aggrovigliati come gli scarabocchi che annota sui fogli. Brancola sempre nel buio, ma proprio quando sembra andare alla deriva viene folgorato da intuizioni geniali. Come quelle con cui risolverà un caso davvero misterioso, che parrebbe avere a che fare con simboli e superstizioni di un'altra epoca.

Di notte, sulla porta di casa di una donna, vengono dipinti con vernice nera la sigla CLT e dei numeri, dei 4 rovesciati.
All'altro capo di Parigi un vecchio marinaio in pensione ha appeso una cassetta delle lettere a un albero di piazza Edgar Quinet e ha ripreso a esercitare l'antico mestiere di famiglia: il banditore.La gente gli lascia messaggi nella buca e il suo compito è leggerli ad alta voce. Ma da tre settimane al mattino trova missive incomprensibili che parlano di malattia e di morte.
Solo il commissario Adamsberg intuisce che tra i due fatti esiste un legame. Forse è una storia che affonda nei tempi più bui dell'Europa, tra pestilenze e carestie; e forse il Medioevo non è così lontano da noi; forse il 4 servirà da scongiuro...
Fred Vargas avvia la sua nuova serie di gialli firmando il suo romanzo più bello. Un libro in cui la leggerezza della scrittura scende a toccare un nodo profondo: le paure violente e irrazionali che dormono sotto la maschera della nostra ragione.




permalink | inviato da il 27/12/2004 alle 13:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
9 settembre 2004
james cook

 

 

 

 

 

 

 

 

a volte le grandi scoperte - o le scoperte di grandi cose come l'australia - avvengono come sottoprodotto di una missione molto meno ambiziosa ( Kaciuk Kook)

 

 

 

 

 

 

 

 




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28 luglio 2004
un libro che non ho (ancora) letto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questo romanzo racconta una storia - in gran parte vera - in ogni suo particolare. Perché anche l'inquadratura più marginale può servire a mettere a fuoco un personaggio raro e bellissimo come Annemarie Schwarzenbach. Scrittrice, archeologa, fotografa, giornalista, viaggiatrice, Annemarie è una donna sempre in attesa, sempre in fuga dal suo inquietante paradiso perduto. Una donna che non smette mai di cercare. Parole per i suoi libri, immagini per i suoi reportage, donne da sedurre, uomini da incantare. Solitudine e coraggio per rifiutare ogni ruolo definito, la sua ricca famiglia di industriali, il fatale gioco di specchi con la madre Renée. Amore in cui annullarsi e, ogni volta, rischiare l'equilibrio. "Quanto a lungo ancora dobbiamo non vederci?", chiede all'amico che la sfugge prima di fuggire anche lei, sempre più lontano, a costruire un labirinto in cui perdere tutti gli altri e ritrovare, alla fine, se stessa.

Chi è davvero Annemarie? La sconcertante creatura dal corpo efebico di cui facilmente ci si innamora per il suo sapere sempre essere altro? O è l'appassionata e autodistruttiva amica dei figli di Thomas Mann, i "gemelli terribili" Klaus e Erika? È la sofisticata e indipendente consorte del diplomatico francese Claude Clarac? È la scrittrice alla deriva nell'Europa incendiata dal Nazismo, sradicata dal rifugio in Engadina e proiettata negli esili d'Oriente, nei deserti di Persia e Babilonia? O la morfinomane, la schizofrenica che si smarrisce in un viaggio ai limiti della propria identità, dal Bellevue Hospital di New York fino alla giungla tropicale del Congo - lo spazio al di fuori del tempo in cui ritrovare le parole che potrebbero guidarla fuori dalla notte e salvarla dalla follia, da se stessa, dal mondo?
Lei così amata, come recita il verso di Rilke, è tutte queste donne e insieme nessuna.

Oggi il fascino enigmatico di questa vita irregolare e brevissima (1908-1942), consumata sullo sfondo della società letteraria cosmopolita degli anni Trenta, rivive trasfigurato nel ritratto visionario che Melania Mazzucco le dedica, muovendosi in bilico tra invenzione fantastica e documento, contaminando il racconto con lettere, diari, fotografie e filmati d'epoca per evocare l'immagine indelebile della sua Annemarie Schwarzenbach - "irraggiungibile, misteriosa come un angelo senza sesso, serio e terribile".

 

Lei così amata
Autore: Mazzucco Melania G.
Editore: Rizzoli
Data di pubblicazione: 2002




permalink | inviato da il 28/7/2004 alle 14:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa
26 luglio 2004
come stare soli


 

 

 

 

 

 

 

 

 

ogni momento ha un suo libro (o, almeno, un suo titolo di libro)




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1 luglio 2004
l'arte della felicità

.... (l'arte  si apprende con un libro?)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




permalink | inviato da il 1/7/2004 alle 12:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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