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11 marzo 2008
letteratura
l'angolo di gielle - Ida Magli, La Madonna
 

Ida Magli, La Madonna, Rizzoli, 1987

Sono passati poco più di vent’anni dall’uscita di questo saggio della più importante antropologa culturale italiana e le sue pagine conservano immutato sia il loro valore di studio sia l’interesse che suscitano anche nel lettore non specialista.

Magli, in circa 170 pagine, presenta un corposo studio sulla figura della Madonna; uno studio antropologico, ovviamente, in cui qualsiasi considerazione di ordine teologico o di fede rimane – non potrebbe essere altrimenti – fuori dalla porta.

Sia detto subito: in alcune ipotesi della Magli si respira un’aria ormai troppo viziata, una sorta di femminismo un po’ troppo invecchiato che rende l’intero impianto del saggio assai meno interessante di quanto invece non lo sia in realtà. Al di là di questo, però, le tematiche presentate da Ida Magli destano interesse e curiosità intellettuale fin dalle prime pagine.

L’opera è divisa in otto capitoli, brevi ma corposi. La tesi di fondo che attraversa tutto il volume è quella che il Dio degli ebrei è un Dio maschio e che l’unico rapporto sessuale riconosciuto come autentico nella cultura ebraica è quello dell’uomo con l’uomo. Israele, gli ebrei, si considerano la sposa di Dio ed ecco perché Dio è maschio. Afferma la Magli che “scopo di Gesù era il concludere la cultura ebraica […] è stato proprio questo tentativo a non essere compreso e attuato”.

A questa prima tesi di fondo se ne affianca un’altra: nel cristianesimo si assiste a due forme di trasposizione di concetti ebraici, dal concreto al simbolico e dal simbolico al concreto. Ad esempio, il sacrificio della vittima è assunto a livello simbolico con la Messa, visto che a livello esso è già avvenuto con l’uccisione di Gesù; i concreti atti di purificazione posti in essere dagli ebrei con l’acqua vengono riassunti simbolicamente con il Battesimo. Dal punto di vista sessuale tutto ciò avviene in misura macroscopica: l’offerta del prepuzio, tipica degli ebrei, viene trasposta nel cristianesimo con la rinuncia totale al sesso, la castità.

Nelle pagine seguenti Magli presenta la vita di Maria di Nazaret e come lo stesso Gesù si presenti come dirompente anche nei rapporti familiari e nei rapporti con le donne, in primis sua madre Maria. È comunque il capitolo quarto a rappresentare il nocciolo del testo, laddove si parla della costruzione culturale della Madonna. Con questo, infatti, si cancella la Maria di Nazaret come presentata dai Vangeli e si costruisce una nuova figura, mitizzata, la Maria madre di Dio. Un’immagine alla quale si ricollega quella del corpo perfetto, del corpo virginale, del parto senza doglie e senza puerperio, dell’immacolata concezione e dell’assunzione in cielo. Maria di Nazaret, allora, diviene un’immagine e non più una donna; un’immagine che risponde, afferma Magli, a canoni squisitamente maschili. E a rafforzare questa sua tesi l’antropologa porta le opinioni di santi e teologi che hanno identificato la Madonna come la donna ideale.

Gli ultimi due capitoli sono dedicati rispettivamente alle apparizioni della Madonna e alle sue rappresentazioni artistiche. Anche queste pagine scendono in profondità e obbligano il lettore ad una serie di riflessioni dal peso specifico assai rilevante.

Comunque la si pensi, questo libro merita di esser letto: guai quando la fede ottenebra la ragione e viceversa.

7 marzo 2008


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20 novembre 2007
letteratura
L'angolo di Gielle - Niccolò Ammaniti, Come Dio comanda
 

Nicolò Ammaniti, Come Dio comanda, Mondadori, 2006 - LAB

 

 

           

 

         Come noto con questo romanzo Ammaniti ha vinto il premio Strega, edizione 2007. Sarebbe lungo – e anche un po’ inutile – disquisire sul valore di questi premi, non ci interessa. Certo, rispetto al Niffoi dello scorso anno – con quella sua scrittura rude e a tratti davvero difficile – la giuria stavolta ha premiato una facile scelta di mercato, che avrebbe avuto un successo commerciale ancora maggiore se Ammaniti avesse tagliato almeno un centinaio delle sue 500 pagine e se Mondadori non avesse imposto un prezzo di 19 euro.

 

         Al di là di tutto questo, esprimere un commento su quest’ultimo romanzo di Ammaniti significa percorrere un sentiero già conosciuto che non lascia spazio alcuno all’improvvisazione. Ancora una volta la narrativa di questo autore romano è facilmente iscrivibile in quella sorta di terra in cui coabitano Fabio Fazio e Walter Veltroni, Jovanotti e Veronica Lario, Claudio Baglioni e Simona Ventura. E’ il nazionalpopolare del nuovo millennio; la sua versione “alta”, quantomeno.

         E’ per questo che non si fa fatica alcuna a terminare la lettura di queste cinquecento pagine in cui Ammaniti ci narra la storia del pubescente Cristiano Zena, di suo padre Rino e degli amici del padre – autentici disadattati metropolitani – Danilo Aprea e Quattro Formaggi. Lo fa con passione e anche con bravura, è giusto dirlo poiché – come sempre – la sua caratterizzazione  dei personaggi è davvero efficace. Si pensi a quel personaggio comprimario all’interno di quest’ultima fatica che è l’assistente sociale Beppe Trecca, cattolico, fedifrago nei confronti di un amico, pasticcione e nel contempo così umano.

 

         La bravura di Ammaniti, tuttavia, pare essere oscurata dall’eccessiva ricerca di una faciloneria non tanto nella scrittura, quanto nell’impostare storie e relative sintassi che siano più che comprensibili al parco dei suoi lettori. È come sempre davvero capace di rendere i pensieri di un ragazzino da scuola media, di farli sentire umani al lettore; ma quando lo sguardo di chi legge va ad abbracciare l’intero arco delle vicende descritte si comprende che tutta la sua impalcatura narrativa poggia su qualcosa di debole, una specie di Un posto al sole, appena un pochino più godibile.

 

         Nonostante tutto ciò Ammaniti ha i suoi motivi per essere orgoglioso: il libro ha venduto, è stato premiato e chissà che fra qualche anno non se ne faccia un film come Ti prendo e ti porto via.

 

Forzando un po’ le parole si può affermare che Ammaniti riesce ad ammannire anche il lettore forte; talvolta anche una cena in un autogrill può essere buona. Se non si può aver di meglio.

           

1 novembre 2007


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20 novembre 2007
letteratura
L'angolo di Gielle - Andrea Camilleri, La pista di sabbia
 

Andrea Camilleri, La pista di sabbia, Sellerio, 2007 - LAB

 

 

         Ci sono abitazioni, nella vita di ognuno, che anche se non frequentate per anni, conservano, qualora ci si faccia ritorno, un quid di familiarità che ci fa trovare al posto giusto gli oggetti che cerchiamo, i piccoli confort della vita quotidiana; in altre parole, case in cui ci sentiamo a casa.

         Montalbano è un po’ così, come queste case. E’ ormai un amico, qualcuno di cui - sapendo che è al bar sotto casa – non possiamo fare a meno e ci ritroviamo in pantofole a sorseggiare un prosecco.

 

         Camilleri tutto ciò lo sa bene e dispone egregiamente gli ingredienti prima sul bancone e poi nella casseruola, cucinando a fuoco lento – anche questa volta – una storia credibile e che il lettore divora pagina dopo pagina. Tutto uguale, tutto come si prevede. Tutto rassicurante per il lettore medio di Camilleri che confonde il suo cinquantaseienne Montalbano con l’assai più giovane Zingaretti.

 

         Sia chiaro, non ci sono sorprese: Montalbano è Montalbano. Prendere o lasciare. C’è da dire che rispetto al passato, e ciò si rileva già da almeno un paio di romanzi dedicati al commissario, le trame studiate da Camilleri sono più lineari rendendo, peraltro, assai più semplice la lettura.

 

         E’ una storia di cavalli quella attorno alla quale si trova ad indagare stavolta il commissario Montalbano. Lo fa con sagacia e il lettore, fino a poche pagine dalla conclusione, non riesce davvero a mettere a fuoco il movente dell’uccisione di un cavallo e della sparizione di un altro. E’ un Montalbano che stavolta si trova minacciato perfino a casa propria a Marinella.

 

         Ed è un Montalbano che si trova ad avere una storia con un’amica di Ingrid proprietaria di uno dei due cavalli scomparsi. Livia appare sempre più costretta al proprio ruolo di donna lontana, benché Camilleri tenti – nel finale – un suo recupero da narratore onnisciente. Chissà se nel prossimo episodio della saga montalbaniana la ritroveremo a Vigata.

 

Chissà se lei ci sarà… noi, da parte nostra, stiamo già aspettando.

 

                  

 

 

2 novembre 2007


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5 novembre 2007
letteratura
L'angolo di Gielle - Malise Ruthven, Islam
  mia premessa
a questo giro Gielle , in una ritrovata fertile fase, mi ha inviato molto più di una scheda.

secondo me sarebbe bene che gielle creasse il suo blog, il cui titolo potrebbe essere quello di questa rubrica. ma visto che cio' non accade, e per mantenere vitale il mio, ecco che pubblico scheda e commenti al libro sull'Islam di Ruthven, posponendo il mio impegno a leggere non solo il libro ma finanche la presente scheda ( scusa gielle, ma ultimamente vado a rilento
)


Malise Ruthven, Islam, Einaudi, 1999


E’ stata una piacevole sorpresa questo saggio, acquistato per caso, presso la Mel Books Store di Firenze (reparto usato) che un fraterno amico ci ha fatto conoscere in un bellissimo sabato mattina settembrino.
In meno di 150 pagine, infatti, si ha una panoramica esaustiva sulle principali caratteristiche della religione di Maometto, sulle sue articolazioni e sulle problematiche attuali che agitano il mondo islamico. Il fatto che l’edizione acquistata sia datata 1999 – quindi ben prima dell’11 settembre 2001 – in una certa misura consente una lettura non viziata da un evento che – comunque la si pensi – ha segnato profondamente il mondo dei nostri anni.

L’autore insegna presso l’università di Aberdeen, di più non sappiamo. Ma Ruthven si mostra, pagina dopo pagina, un abile divulgatore dei principi della religione del Profeta, a cominciare da quella distinzione tra sunniti e sciiti che da secoli segna il solco nel mondo musulmano.
L’indice dell’opera, se si esclude la corposa appendice, consta di sei densi capitoli, i cui titoli danno già l’impressione di come si voglia approfondire l’Islam sotto ogni suo aspetto, con la mente scevra da ogni pregiudizio. Dal primo capitolo dedicato alle distinzioni terminologiche tra Islam, islamismo e musulmani, si passa al secondo in cui vengono analizzati da un lato il Corano e dall’altro la figura del Profeta; nel terzo capitolo si va ad indagare sull’unicità divina propria del mondo islamico, mentre gli ultimi tre capitoli sono dedicati, rispettivamente, a tre questioni che ormai tutti nel mondo conoscono bene, quantomeno nella loro versione pubblicizzata sui mass media: Sharia, donne e mondo islamico, gihad.

Che aggiungere, allora, se non che ci sono testi che valgono molto di più dei loro sette euro (noi da Mel Book Store l’abbiamo pagato, usato, la metà) e fa piacere trovare un saggio non prolisso ma, si direbbe, operativo, che può far comodo veramente a tutti, dallo studente allo studioso, dal lettore distratto a chi – e sono sempre meno – le cose vuol capirle anche senza il falsetto regnante in certe trasmissioni TV.

Un saggio come questo, che l’autore comunque definisce nella sua prefazione una “brevissima introduzione”, non può essere liquidato con qualche battuta, ma al contrario abbisogna di una analisi che non può non seguire il fluire della narrazione del suo autore.
E’ bene, allora, cominciare a fare un po’ di chiarezza terminologica.


Islam in arabo significa sottomissione volontaria e, come fa rilevare Ruthven, la sua etimologia è assai legata a quel salam che tutti conoscono e che significa pace. Parte proprio di qui lo studioso britannico per affermare come l’idea di un Islam aggressivo sia il frutto della deformazione, di una vulgata che impera nel mondo occidentale. Al di là di questa definizione, connotare precisamente i limiti e la natura dell’Islam non è facile; Ruthven lo fa applicando alcune categorie propriamente occidentali che – inevitabilmente – si rivelano comunque fuorvianti, da un lato, mentre dall’altro rappresentano una valida chiave di accesso per passare dal pregiudizio alla comprensione. Così facendo, sostiene Ruthven, con il termine Islam si può definire una fede religiosa, un’ideologia politica e anche un’identità collettiva e individuale.

Islam, si è detto, significa sottomissione e precisamente la sottomissione di Maometto a Dio; musulmano, infatti, in arabo significa “colui o colei che si sottomette”, muslim; con la parola sharia si intende, invece, la legge rivelata dell’Islam.

Nelle fonti classiche dell’Islam si distingue tra l’Islam professato dal muslim e la l’iman – la fede – professata dal mumin, il credente. Questa distinzione, che di primo acchito può apparire di lana caprina, è stata invece davvero molto importante nella storia islamica; infatti, il dibattito teologico, storicamente e fino ai nostri giorni, si è concentrato attorno alla ricerca di criteri che stabilissero la possibilità per un individuo di definirsi musulmano. I più rigoristi – come oggi fanno alcuni gruppi fondamentalisti – negavano che chi commettesse alcuni gravi peccati potesse definirsi musulmano; oggi i gruppi chiamati fondamentalisti tendono ad escludere tutti quei musulmani tiepidi o, come vengono definiti dalla vulgata radiotelevisiva, moderati. Essi sono visti come musulmani solo perché appartenenti alla umma, la comunità universale dei credenti. Ruthven chiarisce che progressivamente gran parte dei musulmani, nel divenire storico, accettò l’idea che iman e islam costituiscono due aspetti diversi della religiosità: il primo l’aspetto interiore e il secondo quello esteriore.

Non è una distinzione secondaria questa: basti pensare che lo studioso britannico giunge ad affermare che è proprio partendo dalla distinzione tra iman e islam che è possibile comprendere il motivo per cui nel mondo islamico siano sorti una varietà di orientamenti spirituali. Ruthven aggiunge, ma qui si è d’accordo fino ad un certo punto, che proprio per questa distinzione è possibile la storia dell’Islam – seppure segnata dalla violenza, è rimasta immune da forme di intolleranza paragonabili a quelle dell’Europa medievale e moderna.


Come noto l’Islam manca di una chiesa paragonabile a quella cattolica, di una gerarchia ben definita e stabile capace di esprimere una linea ufficiale islamica. Alla morte di Maometto il grande stato arabo da lui creato sopravisse un paio di secoli; al suo crollo l’autorità religiosa fu conferita agli ulama (letteralmente i “dotti”). Ruthven – nella sua brama di chiarire i concetti per il lettore occidentale – precisa che gli ulama, con la loro funzione di custodi della tradizione, sono più simili ai rabbini che ai preti cattolici.
Per noi occidentali, abituati da sempre ad una commistione tra potere religioso e potere politico, è quasi incomprensibile capire che gli ulama non hanno mai esercitato un potere politico, bensì hanno sempre costituito un limite ai governanti: sultan (autorità) e amir (comandanti). Gli ulama, allora, hanno sempre interpretato e amministrato la legge divina sulla base di complessi precetti definiti nelle accademie islamiche.
Lo studioso britannico, infatti, ricorda che la più antica di queste accademie, quella del Cairo, e il suo rettore in modo particolare, godevano di una certa preminenza tra gli ulama sunniti, tutto ciò, però, non significava che avesse un rapporto gerarchicamente sovraordinato. Ogni governo, poi, nominava al suo interno un muftì, cioè un ulama che aveva il compito di emettere sentenze legali su una grande quantità di questioni, sentenze che di fatto erano vincolanti, almeno quando erano suffragate dall’opinione di un giudice, giudice che era nominato dal sovrano. Pertanto se non l’interpretazione quantomeno l’applicazione della legge religiosa rimaneva sotto il controllo diretto dello Stato.
Alla luce di quanto sta accadendo nei nostri anni riveste particolare importanza quanto in seguito descritto da Ruthven: “ Le politiche di istruzione di massa adottate dalla maggior parte dei governi post coloniali hanno portato ad un relativo declino del prestigio e dell’autorità degli ulama, dato che alcuni laureati con curriculum di studi in gran parte laici danno letture personali dei testi sacri, prescindendo dal corpo dottrinale tradizionale. In luoghi meno soggetti ad influenze esterne, come l’Afghanistan e le zone rurali del Pakistan, gli ulama o gli aspiranti ulama hanno cercato di gestire direttamente il potere, incuranti della complessità del mondo moderno.”.


Trattando dei successi e dei fallimenti dello Stato islamico Ruthven introduce un binomio che nel resto della sua opera acquisisce un’importanza non secondaria: dar al-islam (la sfera dell’islam) che nella tradizione giuridica islamica si differenzia dal dar al-harb (la sfera della guerra). Proprio parlando del dar al-islam Ruthven riconosce come esso abbia raggiunto maestosi traguardi molti secoli prima dell’occidentale Rinascimento; ma con altrettanta sincerità riconosce che questo picco raggiunto dalle popolazioni islamiche in ordine a conoscenze logiche, matematiche, artistiche, filosofiche e quant’altro ancora, rappresenta il punto di arrivo di civiltà loro preesistenti come persiani e greci.
Ma è soprattutto un’altra considerazione lanciata al lettore che pare essere di estremo interesse per chi, anche solo di passata, voglia avere una concezione seria di cosa sia stato e cos’è attualmente l’Islam; Ruthven infatti si chiede per quale motivo l’Islam, che come il Cristianesimo aspira all’universalità, ad un tratto abbia frenato la sua corsa, conquista che nella prima ondata di invasioni arabe risulta stupefacente. Secondo lo studioso britannico risiede proprio in questa fin troppo rapida conquista l’origine di quelle contraddizioni politiche che, a distanza di tredici secoli, minano ancora il mondo islamico.
Ruthven chiarisce, infatti, che l’Islam all’inizio si espanse attraverso una serie di guerre tribali. Il messaggio di pace e di giustizia sociale professato da Maometto si scontrò inevitabilmente con le realtà del potere tribale e dinastico. A dimostrazione di ciò lo storico porta ad esempio le guerre civili avvenute alla morte del Profeta, lo scisma tra sunniti e sciiti, la frammentazione politica avvenuta al momento del crollo dell’impero arabo. A differenza di quanto avvenne in Occidente, con l’esistenza di una Chiesa e di un clero a cui fu demandato il progetto di creare il governo divino sula terra, il mondo islamico demandò questo progetto ai laici. Di fatto, da un lato, ai capitribù per i quali l’islam rappresentava il cemento ideologico del potere tribale, dall’altro agli ulama – gli interpreti della legge divina, ma privi di qualsiasi potere esecutivo. Tutto ciò produsse un rudimentale equilibrio tra queste due forze, destinato inevitabilmente a cadere. Ciò avvenne proprio all’indomani della prima grande espansione iniziale.
Ruthven aggiunge, per dovere di chiarezza, una nota sulla crisi del califfato (da ricordare che il califfo era l’ombra di Dio sulla terra) istituzione che ben presto cominciò a risentire delle dispute tra le fazioni rivali per finire poi delegittimata e ostaggio delle guardie di palazzo. Un’istituzione ambigua, così la definisce Ruthven, tentando di fare anche la storia delle sue origini e ricordando che essa si sia situata a metà tra carica politica e religiosa. E’ bene ricordare che il califfato fu una carica che nacque all’indomani della morte di Maometto quando, senza un successore designato né regole che ne favorissero la nomina, l’Islam vide sorgere la nuova figura del califfo. Secondo l’usanza tribale i primi quattro califfi entrarono in carica per acclamazione. Ma cosa designava veramente il titolo di califfo? Egli era essenzialmente il vicario, questa è la traduzione indicata da Ruthven del termine arabo khalifat, del profeta Maometto. Progressivamente i vari califfi che si succedettero si nominarono non solo vicari del Profeta, ma anche di Allah. Ruthven aggiunge che almeno fino al IX secolo i califfi unirono funzioni spirituali a quelle politiche.
E’ interessante anche comprendere i motivi che portarono il califfato ad esprimersi come una realtà squisitamente politica e non più anche religiosa. Ciò avvenne nella prima metà del IX secolo, appunto, quando il califfo Al-Mamun decise di imporre ai funzionari statali una dottrina razionalista; ciò determinò una vera e propria rivolta popolare che coronò con la fine del monopolio di un controllo centralizzato dell’ortodossia religiosa da parte del califfato, tutela dell’ortodossia che passò nelle mani degli ulema.

Come si è già accennato in precedenza, Ruthven ravvede proprio in questo periodo storico il germe di quel “male oscuro” che ancora oggi mina l’esistenza politica del mondo islamico. Infatti, qualora si effettui un paragone con il mondo occidentale e la con chiesa che più lo rappresenta – quella cattolica -, ci si rende conto che l’esistenza di una chiesa gerarchicamente strutturata e detentrice di un potere enorme nella conservazione dell’ortodossia, ha comportato la nascita di un forte potere laico culminato nella nascita degli stati nazionali preceduti dalla nascita delle città stato. (Sia detto per inciso: forse solo per questo motivo quel riferimento alle radici cristiane dell’Europa andava davvero inserito nella defunta Costituzione della farraginosa e ancora utopica UE). Per lo studioso britannico la mancanza di un’istituzione centrale detentrice della sovranità religiosa ha comportato, nel mondo islamico, il fatto che lo Stato secolare, così come esso si è formato nel mondo occidentale, non ha avuto sviluppo alcuno. “La legge si sviluppò separatamente dalle forze deputate a garantirla, e così la forma di governo tribal-militare divenne la norma”, è in questa frase di Malise Ruthven che si racchiude in nuce un grande verità per interpretare nel modo dovuto il mondo islamico attuale.

Il mondo islamico attuale vive un momento di forte risveglio religioso? E’ questa una delle domande pesanti che Ruthven si pone nelle pagine che compongono il suo saggio. Da un lato anche l’osservatore più disattento potrebbe rispondere con una certa sicumera in modo affermativo. Sono due i fattori che anche gli osservatori più dentro alle cose islamiche pongono in evidenza per spiegare ciò che sta accadendo in questo momento: da un lato la forte urbanizzazione, fenomeno senza precedenti nei paesi islamici; dall’altro la crisi vissuta dai regimi postcoloniali, spesso corrotti e tirannici, l’Islam è visto come una buona arma ideologica – dopo il crollo delle ideologie – per ribellarsi ad uno statu quo pesante e difficile.
In paesi dalle deboli istituzioni democratiche, quando esse esistono, scrive Ruthven, la moschea e le attività collaterali, godono comunque di un certo rado di immunità e di autonomia: se un governo osasse chiudere una moschea “ribelle non farebbe altro che suffragare le accuse rivoltegli di miscredenza.

Come spesso accade, tuttavia, la realtà è assai più complessa di come e di quanto la si voglia disegnare: in passato le società islamiche erano cementate oltre che dai vincoli di clan anche dalle confraternite islamiche, come i sufi ad esempio, a cui appartenevano molti maschi adulti. Spesso gli anziani sufi e le loro guide spirituali godevano di un prestigio superiore a quello degli ulama. Il sufismo, però, oggi vive una fase di latenza: da una parte esso è visto con sospetto dalle forze maggiormente integraliste, per i suoi legami con la tradizione esoterica, dall’altro – proprio per la sua specificità ascetica – si tiene lontano dal particolarismo proprio della politica.

E proprio quest’ultimo passaggio sulle dottrine del sufismo offre il destro a Ruthven per arrivare a descrivere quello che oggi viene definito fondamentalismo islamico.
Come già detto, la rapida urbanizzazione ha avuto un’importanza non secondaria nel determinare il sorgere di movimenti che fanno dell’osservanza dei precetti islamici una bandiera politica da opporre a governi spesso privi di un’identità morale ancora prima che spirituale. La stessa istruzione di massa ha messo in crisi la secolare autorità degli ulama. Sono sorti, allora, gruppi diversi che rivendicano la reale rappresentanza del mondo islamico e la vera aderenza ai suoi principi; si tratta di gruppi che sanno sfruttare i moderni mezzi di comunicazione di massa, che sanno sapientemente usare alcune tecniche di organizzazione del consenso. Questi gruppi, rileva lo storico britannico, hanno addirittura assorbito in un discorso tradizionale molte idee importate dall’esterno della tradizione islamica.
L’ideologia di tali gruppi è quella che ordinariamente viene definita fondamentalismo islamico, ma che per Ruthven andrebbe più correttamente chiamata islamismo, aggiungendo alla radice araba quel suffisso latino che connota con precisione il passaggio da una realtà preesistente – in questo caso religiosa – ad un’ideologia: come avvenne per la comune e il comunismo, la società e il socialismo, l’autorità consolare e il fascismo.


Il secondo capitolo del saggio è dedicato a Maometto e al Corano.
Ruthven chiarisce subito che l’Islam non è da intendersi una religione incarnata come il cristianesimo: Maometto non è un oggetto di culto, come Gesù, egli è semplicemente un messaggero di Dio, il suo Profeta. Certo la figura di Maometto è centrale nell’Islam e le frasi e i detti a lui attribuiti sono molti di più di quelli che il Cristianesimo assegna al Cristo.
Sono così tanti che l’Islam distingue tra i detti pronunciati da Maometto nella sua veste di Profeta, raccolti nel Corano (da al-quran, recitazione ad alta voce), e quelli di portata inferiore raccolti riuniti in un corpus di scritture noto come hadith (letteralmente tradizioni).

Si è accennato al Corano, al libro sacro dell’Islam, a quella che per i musulmani è la parola di Dio trascritta senza alcuna intermediazione umana. Addirittura il Corano è, per la dottrina islamica, consustanziale con Dio, un po’ come Cristo per i cristiani.
In pratica il Corano raccoglie le rivelazioni divine ricevute da Maometto nel corso della sua missione profetica che iniziò nel 610 e si concluse alla sua morte nel 632. Tali rivelazioni, da tenere distinte dalle parole “normali” del Profeta raccolte negli hadith, furono messe per scritto già durante la vita di Maometto.
E’ durante il califfato di Uthman, il terzo califfo “ben guidato”, che il testo ebbe la sua redazione finale, benché a lato di questa abbiano continuato a circolare altre versioni; quelle oggi ritenute valide sono sette.
Il libro si compone di 114 sure ordinate in ordine decrescente di grandezza. All’interno del testo sacro si trovano storie attinte dal mondo giudaico-cristiano(Adamo, Noè, Abramo, Giuseppe, fino ad arrivare a Gesù) e altre afferenti invece al mondo arabo come Hud, Salih e Luqman. Maometto, quindi, non è altro che l’ultimo dei profeti. E’ bene precisare che all’interno del Corano non è Maometto a parlare, ma Allah stesso.

Agli occhi di chi è abituato alla Bibbia o ad altri testi sacri il Corano manca di una evidente struttura narrativa; gli episodi biblici rivolti a cristiani ed ebrei servono a ricordare e ribadire le precedenti rivelazioni, mai a svelare cose nuove. Ad ogni buon conto, già da questi racconti emerge una sostanziale differenza dottrinale. Quella maggiore riguarda la dottrina inerente il peccato originale: Iblis (Satana) è punito per il suo rifiuto di sottomettersi davanti a Dio, mentre Adamo, che pecca come avviene nella Bibbia, si pente ed è ristabilito nel favore di Dio divenendo il primo khalifa, vicario di Dio e primo profeta, ultimo dei quali sarà appunto Maometto.

E’ chiaro, allora, che senza peccato originale non vi sia alcun bisogno di un redentore: il Gesù coranico, pertanto, altro non è che un profeta. Si colloca nel solito filo logico la constatazione che non serva una chiesa perché gli uomini obbediscano ai precetti divini utilizzando come criterio guida il Corano.
All’interno del Corano sono quasi del tutto assenti riferimenti alla vita di Maometto o alla sua missione profetica.
Un’ultima considerazione vale la pena di essere trascritta: il Corano si comprende solo se ci si appoggia al materiale esterno al testo. In altre parole, quanto detto dal Maometto profeta sembra sia stato riportato integralmente senza mediazione alcuna e pertanto per poterne avere una comprensione piena occorre far riferimento a tutto ciò che nel libro sacro non è contenuto.

La biografia stessa di Maometto è, indubitabilmente, uno dei passaggi chiave per capire l’Islam; probabilmente è per questo che Ruthven vi dedica parecchie delle sue pagine.
Si chiarisce fin da subito che le vicende biografiche del Profeta, di cui nel Corano non vi è pressoché alcuna traccia, furono messe per scritto solo un secolo dopo la sua morte. E’ bene notare che il momento storico era assai diverso dal contesto in cui Maometto aveva vissuto: le tribù arabe, unite e rafforzate sotto la bandiera dell’Islam, avevano superato i confini della penisola araba e avevano conquistato una gran parte del mondo civilizzato dall’Egitto alla Mesopotamia fino alla Persia. Culture molto più raffinate erano cadute sotto la dominazione araba: zoroastriani, cristiani ed ebrei.

I fatti se non certi almeno plausibili che caratterizzano la vita del Profeta sono quelli che seguono. Maometto nasce alla Mecca – sede di un antico santuario pagano – nel 570.
Come tutti sanno la Mecca è la città sacra per i musulmani e a la Mecca si trova la Kaba, il tempio cubico che secondo la tradizione fu costruito da Abramo sul luogo del sacrificio.
Ma di quale sacrificio si parla nella tradizione islamica? Certo non di quello biblico che vede Abramo offrire a Dio il proprio figlio Isacco. Nella versione islamica Abramo offre a Dio non il suo figlio legittimo, bensì Ismaele, nato da Abramo e dalla schiava Agar, progenitore degli arabi. Tale sacrificio è ricordato con un’apposita festa della comunità islamica che si tiene al culmine del grande pellegrinaggio annuale; quei riti oggi trasmessi dalle TV di tutto il mondo e che il Profeta istituì nell’ultimo anno della sua vita basandosi su precedenti riti pagani.

Qui rientra un tratto della biografia di Maometto, la sua tribù era da molte generazioni deputata alla custodia del santuario meccano. Già dai tempi dei beduini, quindi, le carovane deviavano dal proprio percorso per compiere quel pellegrinaggio.
Rimasto orfano a sei anni, Maometto fu cresciuto dal nonno e poi dallo zio materno Abu Talib. La vera svolta della sua vita avviene attorno ai vent’anni, quando entra al servizio della ricca vedova quarantenne Khadiga guidando per lei molte spedizioni commerciali in Siria. In breve Maometto diviene suo sposo. E’ comunque intorno al 610 che Maometto inizia una serie di ritiri spirituali presso una caverna nelle vicinanze della Mecca; sia che questi ritiri facessero parte della locale cultura pagana o che siano stati il portato di conoscenze avute in Siria con anacoreti cristiani, è da questo momento che Maometto comincia ad avere le prime rivelazioni.

Khadiga accettò il messaggio di Maometto, ma per tre anni il Profeta evitò di proclamare pubblicamente il suo messaggio. Nella ristretta cerchia meccana, così scrive Ruthven, il messaggio di Maometto in breve travasò dalla sua famiglia all’intera comunità. Certo, la predicazione maomettana non si svolse senza oppositori pagani; Maometto e i suoi seguaci furono emarginati alla Mecca e progressivamente esclusi dalla vita commerciale della città.
Nel medesimo anno morirono due dei principali sostenitori di Maometto: Khadiga e lo zio materno. Il Profeta si ritrovò senza due dei suoi maggiori protettori, questione non di poco conto qualora si pensi che la maggior parte dei suoi seguaci appartenevano agli strati più poveri della popolazione della Mecca. La predicazione, tuttavia, continua e riesce a varcare i confini della città. Un gruppo di pellegrini di Yathrib, la futura Medina, ne rimasero particolarmente colpiti (è bene ricordare che Medina dista dalla Mecca quattrocento chilometri).
Maometto fu invitato a Yathrib dilaniata da dissidi tribali con implicazioni di ordine religioso: vi si trovavano infatti tribù pagane, altre che avevano adottato una sorta di ebraismo e altre ancora riti cristiani.

Nel 622 avvenne la famosa emigrazione dei musulmani dalla Mecca a Medina che, nel calendario musulmano, ha preso il nome di egira – anno dell’emigrazione – inizio dell’era islamica.
Maometto riuscì nell’intento di pacificare la città emanando decreti che regolarono la vita delle diverse tribù e i rapporti tra le diverse confessioni religiose presenti. Certo, nota Ruthven, tutto ciò avvenne dopo che le principali tribù ebree furono espulse o massacrate. Non è possibile dare luce ai complessi rapporti che si instaurarono tra Maometto, da una parte, e le tribù pagane e ebree presenti a Medina. Ciò che conta e che i rapporti con gli ebrei si deteriorano quando il Corano cominciò ad essere scritto, cioè si passò dalla recitazione alla “scritturalizzazione” del testo, come la Bibbia, come il Vangelo. Occorre dire, peraltro, che il rapporto con le tribù pagane si era all’epoca già alterato per la loro cospirazione con i meccani. Nel frattempo la direzione della preghiera fu spostata da Gerusalemme alla Mecca.

Qualche anno dopo la sua permanenza a Medina, Maometto negoziò una tregua con i meccani che permise a lui e i suoi seguaci di poter compiere un annuale pellegrinaggio alla Mecca. Contemporaneamente la sua attenzione fu presa dalle tribù ebree ribelli presenti nel circondario di Medina.
La tregua con i meccani durò fino al 630, anno in cui Maometto tornò nella propria città in forze; i meccani non opposero resistenza e il loro capo riuscì a salvarsi convertendosi all’Islam.

Fu così che la umma musulmana cominciò ad affermarsi come la forza più rande presente nella penisola araba. Ciò le permise di divenire uno Stato cementato da vincoli ideologici precisi: la sottomissione all’Islam divenne il criterio di appartenenza alla comunità.

Nel 632 Maometto fece ritorno a Medina dalla Mecca, improvvisamente cadde malato e morì.

Si è già accennato agli hadith e alla loro importanza; Ruthven con la chiarezza che lo contraddistingue precisa che con questo termine si intendono tutti gli aneddoti sui discorsi e le azioni del Profeta. Originariamente furono trasmessi in modo orale e solo successivamente trovarono una forma scritta. I compilatori degli hadith effettuarono un lavoro di pulizia delle molte storie spurie che circolavano sul conto di Maometto. Pertanto il loro lavoro per riuscire a reperire l’attendibilità di una fonte fu lungo e preciso, tanto che essi vennero ordinati secondo il loro grado di attendibilità.
Un’ultima nota va posta in merito a questi hadith: nel mondo islamico, dalla sua nascita fino ad oggi, è stato attraversato da molte polemiche su questi aneddoti che formano la tradizione musulmana, ma di questo i fondamentalisti – riconosce lo stesso Ruthven – non sembrano accorgersi.

L’immagine di Maometto è stata veicolata attraverso questi hadith. Per comprendere bene il modo in cui questa immagine si è radicata all’interno del mondo islamico Ruthven ancora una volta torna ad effettuare un parallelo con Gesù, del quale il Nuovo Testamento nulla dice su come vestiva, cosa mangiava, come camminava o altro ancora. Lo stesso, scrive ancora lo studioso, vale per Budda. Invece per Maometto, nonostante il divieto della sua raffigurazione (il Profeta è rappresentato con il volto velato) si diffusero nel mondo musulmano i tratti della sua personalità, anche quelli che poco avevano a che fare con l’esperienza mistico-religiosa.
Certo, gli hadith uniscono verità a leggenda, basti pensare ai numerosi miracoli che vengono narrati in questi aneddoti. Ma quello che più conta è che l’imitazione di Maometto non è riservata ai mistici: il taglio della barba, gli abiti, i cibi preferiti divengono modelli di comportamento per tutti i fedeli. A questo riguardo Ruthven scrive che miele e montone erano tenuti in grande considerazione, poiché figuravano tra i cibi preferiti del Profeta.

Il terzo capitolo è dedicato all’unicità divina, vero tratto distintivo dell’Islam. Il Corano non riporta alcuna sura in cui l’unicità compaia come precetto dell’Islam; esso è comunque implicito nella professione di fede del musulmano: non c’è altro Dio all’infuori di Dio. Nel Corano, aggiunge Ruthven, il Dio è solo, privo di compagni o suoi simili.
Lo studioso britannico, poi, rileva come l’importanza data al tema dell’unicità di Dio riflette, d’altro canto, il contesto polemico in cui ha la luce l’Islam. L’unicità si contrappone, nel contempo, al paganesimo arabo, al dualismo zoroastriano, alla dottrina dell’incarnazione divina propria del Cristianesimo. In questo, precisa Ruthven, l’Islam pare essere molto vicino al monoteismo intransigente dei profeti biblici.

L’unicità di Dio, per converso, non si è esplicitata in un’unicità del mondo islamico. La presenza di due grandi correnti del pensiero musulmano è ormai un dato di fatto noto anche all’uomo della strada, benché le motivazioni di questa dicotomia teologica non appaiano di facile comprensione.
Sunniti e sciiti rappresentano due mondi dell’Islam tra loro vicini, ma anche davevro lontani.
Come si è già accennato alla morte di Maometto si pose il problema della sua successione, un vuoto di autorità che, puntualizza Ruthven, non è mai stato più colmato. Abu Bakr, intimo amico di Maometto e padre della sua moglie favorita – Aisa -, secondo il costume tribale arabo fu eletto capo a Medina.
Ali, cugino e genero di Maometto, nonché suo parente maschio più prossimo, rivendicò per sé la successione, ma di ciò non si tenne conto né allora né in altre due occasioni successive. Solo dopo la morte del califfo Uthman fu nominato califfo, ma la sua leadership fu contestata e Ali non riuscì mai ad imporsi sulla comunità.
Ali fu appoggiato dalle guarnigioni dell’Iraq, ma non da quelle siriane che gli si opposero fermamente. Ali, come noto, finì assassinato da uno dei suoi stessi partigiani delusi dal suo tentativo di accordo con i siriani e da quel momento ebbe inizio la storia dello sciismo. La storia del conflitto tra queste due correnti si trascinò ancora con i figli del califfo assassinato. Husayn – figlio di Ali – morì in battaglia a Karbala (tragicamente tornata nota ai giorni nostri) rivendicando il potere nei confronti del nuovo califfo Yazid, figlio a sua volta del siriano che aveva detenuto il potere dopo che Ali era scomparso di scena.

Ruthven riconosce che queste dispute riguardano principalmente questioni di potere politico e militare, ma ben presto esse si trasformarono in precise connotazioni religiose.
Per chiarire tutto ciò lo storico pone una linea di demarcazione tra ismailiti e imamiti. L’appoggio popolare alla causa sciita non venne mai meno da parte di chi riteneva che i governanti dell’impero islamico avessero tradito il messaggio di unità, pace e giustizia sociale. E proprio un movimento sciita portò all’affermazione di una nuova dinastia che nel 749 portò allo spostamento della capitale da Damasco a Baghdad. I nuovi sovrani, però, non erano discendenti di Ali, ma di Abbas, uno zio di Maometto; per quanto più vicini della dinastia precedente, gli omayyadi, alla famiglia del Profeta, anche gli abbassidi non appartenevano alla sua progenie.
Gli imam sciiti, pertanto, continuarono ad essere una spina nel fianco dei nuovi sovrani. Si rammenterà che con il termine imam si designa la guida, dall’assassinio di Ali tutti gli imam sono stati segretamente assassinati mediante avvelenamento, ciò fino al dodicesimo iman, Muhammad al-Muntazar (l’Atteso) che invece scompare e che,secondo la teologia sciita, farà ritorno alla fine dei tempi, come al-Madhi (il guidato) – una sorta di messia – che porterà pace, giustizia e unità. In altre parole, secondo gli sciiti occorrerà attendere il ritorno dell’Imam Nascosto prima che le ingiustizie patite dalla famiglia del Profeta e i suoi seguaci possano essere riparate.

Gli sciiti attualmente vivono in Iran (dove rappresentano al religione di Stato), Iraq, Afghanistan, Pakistan, Siria, Libano, Turchia e alcuni paesi del Golfo Persico. Si è detto in precedenza che Ruthven parla di imamiti – e abbiamo visto chi sono – e ismailiti; questi ultimi rappresentano una setta minoritaria dello sciismo che si ispira a Ismail, figlio primogenito dell’imam Gafar, secondo gli altri morto prima del padre. Attorno al 900 questa setta ebbe grande importanza e vigore, tanto da conquistare l’Egitto e dare vita al califfato fatimide che regnò per un paio di secoli fino a quando Saladino – eroe sunnita – furono scalzati dal potere.
Molti sono i rami dello sciismo, e non è possibile darne conto di tutti: basti ricordare qui i drusi del Libano che attribuiscono grande importanza all’unità propria del messaggio islamico; i khoja (diffusi in India, Pakistan, Africa Orientale, Asia Centrale) che credono che il loro attuale imam Karim, noto con il titolo persiano di Aga Khan sia il quarantanovesimo imam in linea di discendenza diretta da Ali.

In definitiva la disputa tra sunniti e sciiti, nata come una questione di potere, ma con il tempo tali questioni cedettero il passo ad una dimensione teologica.
Il cosiddetto massacro di Karbala – battaglia tra clan rivali durata un solo giorno e che non provocò più di qualche dozzina di morti – divenne il mito identitario dello sciismo.

Ruthven, comunque, non dimentica di descrivere anche la maggioranza sunnita. Per gli ulama sunniti la dottrina dell’unicità di Dio si estrinseca soprattutto in considerazioni di ordine giuridico. Ruthven pone questa affermazione: “Non spetta agli uomini speculare sulla natura di Dio; è invece loro dovere ubbidire ai suoi dettami.”. Se questa teoria si porta alle estreme conseguenze ne deriva che le leggi umane non possiedono alcun fondamento di autorità, solo le leggi divine – la sharia – devono essere rispettate.
Ma il mondo sunnita – nei suoi primi secoli di vita – è agitato da un acceso dibattito tra razionalisti e tradizionalisti. Semplificando anche fin troppo rispetto al consentito, si può dire che da un lato si situavano coloro che ritenevano il Corano già creato al momento in cui il suo messaggio è sceso sulla terra, dall’altra coloro che non ritenevano il libro sacro già creato. Solo nella seconda metà del IX secolo si giunse ad un compromesso tra le due teorie: per merito di al-Asari che sostiene la teoria del Corano non creato, ma al contempo ritengono che l’onniscienza divina non debba esser letta come una predestinazione dell’individuo: Dio concede agli uomini la possibilità di acquisire le azioni create da Dio stesso.

Al di là di queste concezioni teologiche, in verità di difficile comprensione per i non addetti ai lavori, ciò che conta ribadire è che nel mondo sunnita la leadership religiosa restò saldamente in mano agli ulama la cui autorità, afferma Ruthven, “si fondava sulla conoscenza delle scritture, non su un potere ecclesiastico o su una supremazia spirituale”. Ciò significa che tra gli ulama non esiste alcuna gerarchia; anche questo ha avuto una conseguenza non secondaria nel mondo islamico, che è bene definire seguendo letteralmente il testo dello storico britannico: “[…]quando è decentralizzata, l’autorità religiosa tende ad assumere un atteggiamento conservatore. In mancanza di una leadership carismatica ispirata da Dio, il testo diviene imprescindibile, e poiché il testo è ritenuto divino in sé, è più probabile che l’interpretazione si svolga seguendo prudentemente i sentieri già tracciati”.

Nella necessaria brevità che queste righe devono avere non è possibile indugiare sulle speculazioni teosofiche proprie del mondo sunnita o di quello sciita, vale la pena invece soffermarsi su un fenomeno che molta importanza ha avuto per il mondo islamico: il sufismo.
Filosofi e intellettuali rifiutarono progressivamente l’idea di una interpretazione letetrale del Corano, ma ciò lo fecero – almeno in una certa misura – anche i sufi, così chiamti per la veste di lana grezza (suf) indossata da alcuni dei primi membri di questa confraternita. I sufi rappresentano i mistici del mondo musulmano: l’amore puro e disinteressato nei confronti di Dio è un tema che ricorre frequentemente all’interno del sufismo.
Ruthven fa notare come furono atratti da questo movimento anche alcuni personaggi non certo legati alle esperienze mistiche, tra i tanti cita al-Ghazali e al-Banna, quest’ultimo fondatore del movimento dei Fratelli Musulmani. Al-Ghazali è, invece, personaggio di non secondaria importanza nel mondo sunnita, egli lasciò il suo posto di insegnante a Baghdad – siamo nell’XI secolo - viaggiando per gran parte del mondo islamico e predicando un forte accento mistico all’interno del mondo sunnita; in sostanza ogni attività umana diviene una continua commemorazione di Dio. Certo, per Ghazali il misticismo non doveva mai trascendere il rispetto della legge, ma non sempre il mondo del sufismo si mostro rispettoso dei limiti della legge.

Il sufismo, comunque, non è stata un’esperienza del solo mondo sunnita, anche lo sciismo conobbe un’interazione con questa esperienza mistica.
I maestri sufi, riferisce Ruthven, sono noti come wali (amici di Dio), figure che potremo accostare ai nostri sati, anche se all’interno del mondo islamico non esiste alcun processo di canonizzazione. I wali sono comunque dotati di un potere di intercessione presso Dio.
Il mondo sciita, così diverso da quello sunnita, vide pertanto una certa contrapposizione tra la figura del wali e quella dell’imam. Il mondo sciita risolse la contraddizione affermando che i wali, come gli imam, possedevano la medesima comprensione del Corano.

Parlare di sciismo significa, inevitabilmente, parlare di Iran, stato sciita fin dal XVI secolo, quando lo shah Ismail persuase un gruppo di nomadi turcomanni di essere l’Imam Nascosto e grazie al loro aiuto riuscì a conquistare l’intero paese. Ebbe così inizio la dinastica savafide. Sia i savafidi che i loro successori permisero lo sviluppo di una gerarchia religiosa dotata di un notevole grado di autonomia. Al contrario di quanto avvenuto tra i sunniti, il mondo sciita ha conosciuto una grande speculazione filosofica, ciò ha comportato che l’avvento di idee moderniste, che hanno così condizionato la storia della maggior parte del mondo musulmano, non hanno avuto il medesimo impatto dilaniante rispetto all’altra metà dell’islamismo.
Ruthven chiarisce che questo è da ricollegarsi al fatto che i mullah, essendo vicari dell’Imam Nascosto, hanno sempre esercitato un diritto di interpretazione indipendente della sharia rispetto ai loro predecessori, cosa che nel mondo sunnita non avvenuta fino a tempi molto recenti.
C’è però un altro fatto di cui occorre tenere conto: il clero sciita è sempre stato ricco di risorse finanziarie mobilie immobili. Esso infatti amministra numerose moschee che beneficiano di tasse religiose, inoltre è proprietario di parecchie terre e patrimoni immobiliari.
I rapporti tra clero e Stato sono stati sempre tesi prima della rivoluzione del 1979.

Per comprendere – almeno a grandi linee – l’importanza di quella che è passata alla storia come la rivoluzione islamica è bene seguire la descrizione fatta da Ruthven del clero sciita iraniano.
Il primo gradino è quello di mugtahid, solo così si detiene quel potere di interpretare la legge che è alla base del clero sciita; si acquisisce al termine di un corso di teologia al termine del quale si ottiene una sorta di autorizzazione scritta. I mugtahid sono varie centinaia, una commissione promuove, coloro che hanno raggiunto un determinato grado di eminenza e di anzianita, al rango di ayatollah (segno di Dio). Cinque o sei ayatollah vengono poi nominati marga, cioè modelli da imitare da ogni sciita. Dato che spesso i marga dissentono tra loro si ha nel mondo sciita un buon grado di pluralismo.

C’è anche un particolare storico-geografico che ha favorito l’indipendenza del clero sciita iraniano: le due principali moschee sciite, nonché maggiori centri di studio di questa corrente islamica, che sono Karbala – luogo del martirio di Husayn – e Najaf – dove ha sede il mausoleo di Ali – si trovavano (e vi si trovano tuttora) al di fuori dei confini iraniani, nell’Iraq ottomano. E’ chiaro, scuve Ruthven, che i governanti ottomani erano assai contenti di incoraggiare l’indipendenza del clero sciita dai loro diretti rivali politici, gli shah iraniani.
Anche al momento in cui l’Iraq non fu più retto dagli ottomani, anche sotto Saddam per intenderci, è continuata la tradizione di apertura verso il clero iraniano sciita; la medesima apertura però non vi è stata per il clero sciita locale, nonostante lo stato iracheno abbia il 55% di popolazione di fede sciita. Non è un caso, infatti, che al momento della sua espulsione dall’Iran da parte delle autorità dello scià Reza Pahlavi, l’ayatollah Khomeini si stabilì proprio a Najaf.
Fu proprio da qui, ricorda Ruthven, che Khomeini, diventato sodale del dittatore iracheno Saddam Hussein, potè predicare la sua dottrina del governo dei dottori della legge. L’idea di fondo era quella che imam e ulama avevano il dovere di prendere il potere seguendo l’esempio di Husayn.
La storia, ad un tratto, vede scendere in campo proprio gli americani che su consiglio del famigerato Kissinger, convincono Saddam Hussein ad espellere Khomeini che trova rifugio a Parigi. Il fine degli americani era quello di limitare i contrasti sempre più crescenti tra Iraq e Persia. E a Parigi fu davvero abile Khomeini a presentarsi ai media internazionali come un capo in esilio, poi compì un gesto senza precedenti per gli ayatollah sciiti, si fece chiamare imam appellativo riservato ai dodici santi imam nella linea di successione del Profeta.
Il resto della storia è noto, almeno nei suoi tratti più macroscopici. Ruthven comunque precisa che durante il suo potere (durato fino al 1989) Khomeini ha dato al mondo l’errata impressione di essere il rappresentante di tutto il clero sciita. Mettendo bene a fuoco la questione si vede che non solo fra il clero più basso, ma anche tra gli stessi ayatollah è sempre stata presente una forte linea di opposizione.



Il quarto capitolo è dedicato alla sharia, la legge islamica. Una frase scritta da Ruthven spicca all’attenzione del lettore: nell’Islam Dio non ha rivelato se stesso, bensì la sua legge.
Il termine sharia tuttavia ha un significato più ampio di quello di legge in senso giuridico; infatti racchiude non solo la legge in quanto corpus giuridico, ma anche i costumi, le usanze e i particolari del rituale,
La legge, nel mondo islamico, ha la finalità non solo di regolare in modo migliore la società, ma anche di aiutare gli uomini a trovare la loro salvezza. Benchè le sue interpretazioni possano variare a seconda dei tempi e dei luoghi, la sharia è comunque considerata una manifestazione atemporale della volontà di Dio.

Come nasce la sharia? Essa prese sviluppo nei primi tre secoli della storia islamica. Si ricorderà che i primi califfi si consideravano vicari di Dio e pertanto si riteneva che essi traessero da Dio il compito di legiferare. Le loro deliberazioni erano fondate sul Corano, sulla sunna della pratica locale e sull’ispirazione divina. Solo successivamente il termine sunna andò a designare gli atti e i detti del Profeta confluiti poi negli hadith. Furono proprio gli hadith a costituire la fonte primaria di ogni legge.
Per comprendere meglio questo passaggio è bene ricorrere alle parole usate da Ruthven: “Di fatto, il modo in cui la sunna del Profeta eclissò quella dei califfi […] trova una stretta corrispondenza nell’evoluzione della sharia. Alle tradizioni esistenti, locali o regionali, rappresentate dalle risoluzioni giuridiche […] dei comandanti musulmani e dei giudici da loro nominati, subentrò un più sistematico tentativo di determinare la volontà di Dio, rivelata nel Corano e negli hadith.”.
Ancora, le quattro radici del diritto islamico sono in ordine decrescente: il Corano, la sunna del Profeta, l’igma (il consenso) e il ragionamento analogico. Ruthven fa una breve analisi di questi quattro pilastri del diritto musulmano. E’ bene seguirlo anche in questo.

Il Corano è per ogni musulmano la prima fonte del diritto; ciò deriva anche dal fatto che esso è parola di Dio non mediata. Ciononostante solo una piccolissima parte del Corano contiene prescrizioni trascrivibili in precise norme giuridiche e religiose che risalgono al periodo medinese, quando Maometto fu particolarmente impegnato a stabilire regole. Ruthven precisa che i precetti presenti all’interno del Corano sono comunque caratterizzati da una buona dose di ambiguità che ha condizionato non poco l’azione dei legislatori che si sono basati su di essi.

Identico discorso vale per la sunna che, come si è detto, raccoglie tutti i detti del Profeta. Gli hadith rappresentano una fonte imprecisa; molti sembrano non avere un fondo di verità e alcuni contrastano fortemente con altri.

Attenzione particolare la merita il consenso, in arabo igma. Coloro che interpretavano la legge nei centri urbani facevano affidamento tanto sul loro consenso personale quanto sul consenso avuto dai loro predecessori. A questo proposito Ruthven ricorda che l’idea che il consenso potesse avere un valore peculiare nell’interpretazione della legge è avallata da un hadith del Profeta: “La mia comunità non concorderebbe mai su un errore”.
Non è possibile seguire il corso di tutta la storia del diritto musulmano, basti solo accennare che la pratica dell’igma non ha avuto vita facile nell’Islam, giacchè non sempre è stato possibile attribuire al Profeta determinati hadith.

L’ultima radice classica del diritto è il ragionamento analogico o sillogistico. E’ proprio partendo da questo ragionamento che si perviene nell’Islam al divieto di bere tutte le sostanze alcoliche. Da un lato alcuni dottori della legge ritenevano che andassero considerati proibiti solo i prodotti della fermentazione della palma da dattero e della vite, dall’altro vi era chi – applicando un ragionamento sillogistico – estende il divieto a tutte le bevande alcoliche poiché è il denominatore comune la vera ragione della proibizione.
Secondo la sharia i comportamenti umani si classificano i cinque categorie ben precise, esse corrispondono: alle cose obbligatorie, raccomandate, indifferenti, disapprovate e proibite. Questa distinzione non permette l’esistenza di una distinzione tra religione e morale, legge e etica. Inoltre solo Dio può giudicare in che misura i comportamenti di un uomo si conformino alla classificazione giuridica.

La sharia costituisce una definizione del comportamento sociale corretto. In pratica la sharia ha comportato un radicale individualismo nel mondo islamico. L’assenza del concetto di chiesa, ricorda ancora Ruthven, scoraggiò la formazione di istituzioni che vedessero l’interesse di gruppo prevalere sul singolo. Non è un caso che la sharia non riconosce personalità giuridica ad alcuna entità collettiva.
E’ ovvio che l’assenza di questo riconoscimento della personalità giuridica collettiva ha comportato notevoli difficoltà nel mondo islamico; per illustrarne bene le conseguenze Ruthven pone l’esempio dell’irregolarità della rete viaria di molte città mediorientali premoderne, caratteristica che comunque ancor oggi si riscontra. Gli spazi privati – le botteghe artigiane, le bancarelle e quant’altro – invadono il terreno pubblico. Il demanio non è spazio pubblico, ma semplicemente somma di spazi privati e quindi un’entità che non dev’essere tutelata.
Nella sharia sono fondamentali i valori familiari, inteso anche come gruppo sociale allargato, ed è chiaro che in un siffatto contesto lo stato è facilmente manipolabile da potenti reti familiari.


Il quinto capitolo è dedicato ad un tema particolarmente delicato: donne e Islam.
La tutela della famiglia patriarcale, e della castità femminile, è profondamente radicata nel mondo islamico. Le restrizioni al comportamento femminile sono strettamente connesse alla nozione di sacro.
Ruthven sottolinea come i tradizionalisti abbiano spesso sottolineato come Maometto abbia affrancato le donne del suo tempo da una condizione di forte inferiorità; è pur vero però che all’interno del Corano vi sono alcuni versetti che stabiliscono l’inferiorità giuridica della donna. Certo quei versetti plausibilmente rappresentavano un passo in avanti nella condizione delle donne durante il VII secolo; ma il Corano, come si è detto più volte, è parola di Dio valida per l’eternità. Qui risiede il problema odierno.
Il matrimonio è pratica fortemente raccomandata nel mondo islamico, anche se l’uomo, e solo lui, ha diritto di sciogliere il legame matrimoniale mediante l’istituto del ripudio.

Particolare attenzione viene da dedicare alla questione dell’abbigliamento femminile nelle società musulmane contemporanee. Ruthven afferma che l’abito delle donne musulmane attuali non ha alcun precedente storico se non un vago riferimento al pudore femminile estrapolato dal Corano. Gli attuali vestiti con i loro sottogola che fasciano il viso nascondendo capelli e forme sarebbero simili, così si sostiene, a quelli portati dalle mogli di Maometto cui il Corano ordina di “ricoprirsi dietro i loro mantelli”.
Questa tradizione in verità fu iniziata negli anni Trenta dalle aderenti alla Fratellanza Musulmana e divenne ancora più popolare durante gli anni Settanta.


L’ultimo capitolo del saggio di Ruthven è dedicato ai due gihad.
Lo studioso britannico dà inizio al capitolo facendo una chiarezza terminologica: gihad ha come significato originario quello di sforzo o lotta. La sua definizione come guerra santa è quindi fuorviante e assegnato dai movimenti fondamentalisti contemporanei.
Il credente può intraprendere la gihad con il cuore, la lingua, le mani o la spada. Ma il modo principale è il primo. Si può dire che il gihad è uno dei pochi doveri collettivi propri dell’Islam. Al tempo delle grandi conquiste islamiche il gihad si esplicitò come conquista, invasione, ma molto meno come uccisione indiscriminata di coloro che dovevano essere convertiti. Ci fu sempre, nella storia islamica di quel periodo, un’attenzione particolare alla Gente del Libro (principalmente Ebrei e Cristiani) che potevano continuare a professare la propria religione qualora si sottomettessero all’Islam. Bene fa Ruthven a ricordare che la chiesa cattolica, con le sue bolle papali contro ebrei ed eretici, non si distanziò di molto da quelle che la tradizione occidentale ha definito le modalità la conquista dei musulmani.

La dottrina classica dell’Islam, ricorda Ruthven, prevede che l’Islam conquisterà il mondo intero e secondo la logica del gihad il mondo è diviso in due campi: la sfera dell’Islam (il dar al-islam) e quella della guerra (dal al-harb). Chi muore sulla via di Dio è immediatamente trasportato in paradiso
Analogamente a quanto avvenne per i primi cristiani con la venuta del Messia, anche per i musulmani il trionfo dell’Islam dovette essere differito: la conquista si fermò alle porte di Costantinopoli (660), a Poiters (732) e in India. Poi, territori divenuti dominio dei musilmani riccaddero nelle mani dei cristiani.

Si arriva così ai due gihad; rifacendosi infatti ad un hadith si distingue tra un gihad minore (la guerra contro i politeisti) e un gihad maggiore (la lotta contro il male).
Durante il corso della storia musulmana il gihad maggiore si è manifestato per lo più in forma morale, mentre l’altro gihad, quello minore, è emerso specie nei momenti di crisi. Durante la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento movimenti più attivi contro la dominazione europea furono condotti da membri di confraternite sufiche.
Quando emerse in modo netto la schiacciante superiorità delle forze europee, il movimento per il risveglio islamico andò sempre più schiacciandosi su un certo radicalismo intellettuale. In altre parole, si comprese che un ritorno all’Islam originario – come predicavano i leader provenienti dalle confraternite sufiche – non era sufficiente.
Ruthven divide in due categorie questi intellettuali rinnovatori: riformisti e modernisti. I primi provenivano, per lo più, dai ranghi degli ulama e miravano ad un rinnovamento religioso che rimaneva nel solco della tradizione. I secondi, i modernisti, erano più vicini al cultura europea e sostenevano una reinterpretazione della fede in chiave più contemporanea.
La storia della decolonizzazione, e ancora prima quella della fine dell’impero ottomano – l’ultimo califfato -, non possono essere racchiusi in queste righe. Ciò che conta è riferire, con le sue parole, la previsione di Ruthven, non dimenticando che la data di pubblicazione di questo saggio è 1997.


[…] la globalizzazione della cultura […] dovrebbe portare a una secolarizzazione delle società musulmane, soprattutto in conseguenza della sempre più ampia possibilità di scelta tra diverse opzioni culturali e religiose. Un fattore significativo sarà la presenza di un crescente numero di musulmani educati in Occidente che riscopriranno l’Islam come fede scelta volontariamente e non imposta dallo Stato […],
Purtroppo, però, lungo questo percorso, sarà versato altro sangue.






29 ottobre 2007




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8 ottobre 2007
letteratura
L'angolo di Gielle - Jonathan Coe, La pioggia prima che cada
 

Jonathan Coe, La pioggia prima che cada, Feltrinelli

E’ la vecchia Rosamond la protagonista di questo nuovo romanzo di un maestro della narrativa contemporanea come Coe. La vecchia Rosamond, la sua vita e le sue forti attrazioni femminili che la hanno costellata: la cugina Beatrix, sua figlia Thea e sua nipote Imonge, da un lato, l’amata e mai dimenticata Rebecca e la compagna di una vita, la pittrice Ruth, dall’altro.

Coe, come sempre, riesce ad affascinare il lettore con le sue descrizioni e con una storia, tutto sommato, credibile. L’abilità della sua penna, poi, fa sì che il lettore rimanga incollato alle sue pagine come le mosche alla carta moschicida di un tempo. La ricostruzione degli ambienti – il romanzo si snoda dagli anni Quaranta al presente – è, come sempre in Coe, perfetta.

Eppure quest’opera al femminile dello scrittore inglese non convince del tutto, un po’ come anni fa era accaduto per Donna per caso. Coe si mette d’impegno, usando anche un artificio letterario come quello che la nipote di Rosamond trova dei nastri incisi dalla zia e li ascolta dopo la sua morte. L’io narrante diventa Rosamond e il romanzo pare decollare, ma c’è qualcosa che non convince del tutto. Qualcosa che rende queste duecento pagine di caratura inferiore alla Famiglia Winshaw, alla Casa del sonno o alla saga raccontata ne La banda dei brocchi e in Circolo chiuso.

Nonostante quanto detto non si può non riconoscere che Coe si colloca ben al di sopra del dato medio del narratore comune e, pertanto, anche un suo libro non riuscito si colloca a diverse spanne di distanza da libri che riscuotono parecchio successo in Italia e in Europa.

Anche l’amore saffico di Rosamond è descritto con accenti realistici, con maestria e discrezione. E’ credibile, allora, specie per chi è convinto che la letteratura deve abbozzare e non stupire o sconvolgere ad ogni costo: un romanzo non è un libro di anatomia, insomma.

Il finale appare prevedibile, ma non scontato. Stupire ad ogni costo non rientra, per fortuna, nelle corde narrative di Coe. Che dire di più allora? Che i sedici euro spesi per questo libro non si rimpiangono, specie se si avrà la bontà di attendere un’altra prova del miglior Coe. Speriamo presto.

6 ottobre 2007




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30 settembre 2007
letteratura
L'angolo di Gielle - Maria Teresa Fumagalli Beonio Brocchieri, Cristiani in armi
 

Maria Teresa Fumagalli Beonio Brocchieri, Cristiani in armi, Laterza, 2006 – LAB

Questo saggio della Fumagalli Beonio Brocchieri è una di quelle opere che mettono a dura prova non tanto il lettore quanto chi, per lavoro o diletto, si accinga a farne un commento. Sì, perché questo saggio condensa, in poco più di 150 pagine, la storia dei rapporti tra chiesa cattolica ed eserciti; un rapporto perverso quello tra guerra e fede che contraddistingue in modo indelebile i duemila anni di storia del cristianesimo cattolico.

Il linguaggio usato dalla studiosa non è quello proprio degli iniziati, bensì quello che si usa quando si voglia congegnare un’opera divulgativa destinata a grandi masse di lettori. Ciò, comunque, non significa che il libro non abbia un profilo alto, proprio di quei testi che vengono assegnati quali libri di esame nelle università.

La Fumagalli Beonio Brocchieri è una medievista di chiara fama e, come ammette lei stessa nell’introduzione, la sua particolare visione del mondo della storia, data da questa sua specializzazione, ha comportato che l’intero testo sia volto molto più all’epoca tardo antica e medievale che a quella moderna e contemporanea.

Un filo rosso lega tutti i 25 capitoli del saggio e cioè l’affermazione paolina che “omnis potestas est a Deo”; una rase che ha segnato in modo profondo la storia della chiesa universale e delle varie chiese nazionali.

Non trascura l’autrice di porre luce sulle poche voci contrarie all’estetica della guerra che ha pervaso in questi due millenni la storia della chiesa; poche voci, chiarisce la storica, anche perché poche testimonianze sono potute giungere fino a noi.

Sarebbe bello, allora, scrivere una storia che leghi con un unico filo Francesco d’Assisi e don Milani. Ma contro questi due colossi delle fede cattolica se ne erge un altro, quell’agostino vescovo di Ippona che afferma che l’uomo porta la guerra ovunque fugga; certo una guerra interiore tra bene e male, ma pur sempre una guerra che rientra nel disegno divino e dalla guerra interiore a quella esterna il passo è breve. Ed è Agostino, come scrive la Fumagalli, uno dei primi a teorizzare l’idea della guerra giusta, la guerra contro gli invasori dell’impero. Si pensi che quando Agostino scrive certe cose è ripieno di sgomento per aver assistito, nel 410 al saccheggio di Roma da parte dei Visigoti di Alarico. Dopo vent’anni saranno i Vandali a porre d’assedio Ippona, sede del vecchio vescovo Agostino.

E ancora oggi, a ben vedere, la chiesa si muove nelle spire di questo binomio pace e guerra che condiziona la vita di tutti, uomini e donne di ogni tempo. Papa Wojtyla e i suoi appelli alla pace stanno lì a dimostrarlo.

30 settembre 2007



gielle, per me la dura prova di lettura è rappresentata dalla possibilità di decifrare il nome& cognome della scrittrice. w carlo bo



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26 settembre 2007
letteratura
L'angolo di Gielle - Franz Kafka, Il castello
 

Franz Kafka, Il castello, Einaudi, 2002 – LAB

Esistono libri per tutte le stagioni della vita e altri che, invece, non si adattano ai vari momenti di vita che i lettori, come tutti gli altri esseri umani, attraversano. Il Castello fa parte di questa seconda categoria: occorre scegliere il momento giusto prima di aprire le sue pagine.

Noi non lo abbiamo fatto e ne abbiamo pagato lo scotto fino in fondo. Chi abbia letto Il Processo o anche solo i racconti del grande scrittore praghese non può che rimanere affascinato dalla sua capacità affabulatoria e dalla sua capacità di descrivere non solo i paesaggi reali, ma anche quelli dell’anima. Nel Castello, invece, si fatica a rimanere affascinati e si fatica anche a portare a termine la lettura delle sue oltre trecento pagine.

C’è da dire che, come noto, questa è l’opera incompiuta di Kafka e come tale va presa; si potrebbe anche aggiungere una riflessione circa l’opportunità di pubblicare postume opere che non hanno visto lo scrittore porre la parola fine al loro intreccio. Quante cose Kafka avrebbe cambiato nelle successive stesure del suo Castello? L’interrogativo è destinato a rimanere senza risposta; rimane il fatto che è pur sempre un atto di violenza forzare la mano di un autore pubblicando un suo scritto ancora non destinato alla vasta platea dei lettori. Ma tant’è.

Si è faticato a portare a termine questa lettura; lo si tenga presente e si ricordi di scegliere il momento adatto per intraprendere quest’arduo esercizio. A volte è meglio un classico in meno e una lettura serena in più.

24 settembre 2007




gielle

qualunque editore pubblica qualunque cosa purchè venda

soprattutto finchè ci sarannolettori che continuano a leggere un libro malgrado questo rappresenti un ostacolo anzichè un piacere





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14 settembre 2007
letteratura
L'angolo di Gielle - Andrea Camilleri, Le inchieste del commissario Collura
 

Andrea Camilleri, Le inchieste del commissario Collura, Mondadori, 2007

Si possono spendere 8 euro per un esercizio di stile di un narratore popolare, bravo, intrigante, come Andrea Camilleri? La risposta è sì, se il risultato è quello ottenuto con queste otto inchieste del commissario Collura, commissario di polizia in aspettativa per motivi di salute e, pertanto, solo occasionalmente commissario di bordo su una nave da crociera.

Un euro a inchiesta, quindi, ma una moneta spesa bene. Camilleri convince in questi raccontini scritti in origine per La stampa e ripubblicati a distanza di quasi dieci anni da Mondatori. Ogni racconto, tranne il primo, ha una lunghezza massima di dodici pagine, tant’era lo spazio tipografico, dato dal quotidiano torinese a Camilleri.

Pur nella ristrettezza di queste pagine Camilleri riesce a dar vita ad un personaggio credibile e godibile. Certo, non ha il carisma di Montalbano, ma come potrebbe essere il contrario se il commissario di Vigata di pagine a disposizione ne ha almeno dieci volte tanto?

E poi Camilleri è bravo, si potrebbe chiosare “è consumatamene professionale”, nel chiudere ogni racconto con la considerazione che Collura si fa: la crociera, quella crociera, è vera o virtuale?

La crociera di Collura è certamente virtuale, mentre la bravura di Camilleri è reale.

Un’ultima avvertenza al lettore di questo divertissement dello scrittore agrigentino: non si creda di leggere un libro che duri più giorni; con le sue 100 pagine – in piccolo formato – le Inchieste sono un buon libro per chi debba fare un viaggetto in treno (al massimo di un paio d’ore), per chi debba attendere qualcuno in un ambulatorio medico e per chi, come noi, aspettava una telefonata che non è arrivata. Ma questa è un’altra storia, stavolta tragicamente reale e non virtuale.

8 settembre 2007


nella foto un documento di eccezionale rarità: il recensore nell'atto di stilare quanto sopra riportato. grazie gielle





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9 luglio 2007
l'angolo ( frigo ) di Gielle









melory street new kitchen

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6 giugno 2007
Gielle connesso in rete ( wireless) a larga banda



Subject: prima mail da melory
Date: Wed, 6 Jun 2007 19:28:11 +0200
Il tecnico bambino aveva ragione: ecco la prima mail da melory. Qunado
la leggerai avrai già appreso tutto via sms. E tra poco WI FI.
A presto
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e ora tutti a melory st. a navigarere a sbafo! grazie a 802.11.g/g,
grazie gielle, grazie teleco



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